9 Maggio 2024

La separazione e il divorzio dei coniugi

La separazione e il divorzio sono entrambi istituti che indicano la fine di un legame matrimoniale, ma differiscono sostanzialmente nei procedimenti e nelle conseguenze derivanti dall’adozione dell’una o dell’altro. Di seguito, ne analizziamo le peculiarità e gli elementi distintivi, anche alla luce delle riforme legislative intervenute nel corso del tempo.

Quando subentra una crisi coniugale, i soggetti interessati possono decidere di sciogliere il vincolo che li ha uniti dal momento in cui hanno contratto matrimonio.

In conseguenza di tale decisione, i coniugi scelgono di interrompere il loro legame, momentaneamente o definitivamente, attraverso il percorso di separazione ed, eventualmente, di divorzio.

Se entrambi gli istituti si basano sullo stesso presupposto, ovvero l’intenzione (dei due coniugi o di uno solo di essi), di non voler proseguire la vita coniugale, le modalità e gli esiti della separazione e del divorzio presentano importanti differenze sostanziali e procedurali.

La separazione dei coniugi

Il nostro codice civile disciplina l’istituto della separazione dei coniugi attraverso le norme contenute negli articoli 150 e seguenti.

La separazione dei coniugi è lo stato che precede il divorzio (ovvero la vera e propria dichiarazione di scioglimento del legame matrimoniale), perché i coniugi possono – in qualsiasi momento – decidere di riconciliarsi, riprendendo a convivere e, quindi, interrompendo i tempi della separazione.

Per questo motivo la separazione viene considerata una sorta di “percorso intermedio” che – soltanto se le parti non si riconciliano – conduce al divorzio dei coniugi.

Procedendo alla separazione, infatti, i coniugi vivono un periodo di transizione in cui, non esistendo più la condizione di coabitazione, vengono sospesi i doveri matrimoniali, fatta eccezione per gli obblighi reciproci di assistenza e rispetto.

Dalla transitorietà dello stato di separazione deriva il divieto di contrarre nuove nozze, dato che gli effetti del precedente legame sono, appunto, solo “sospesi” e continuano a sussistere.

La separazione legale può essere consensuale o giudiziale.

La prima interviene a seguito di un comune accordo tra i coniugi, mentre la seconda viene dichiarata con sentenza, emessa su ricorso all’ Autorità giudiziaria.

La differenza tra le due tipologie di separazione riguarda soprattutto i patti applicabili a ognuna di esse.

Quando i coniugi raggiungono un’intesa, definiscono le condizioni della separazione consensuale e il provvedimento del giudice si limita all’omologazione di tali contenuti, mediante la pronuncia di una sentenza. Nella separazione giudiziale dei coniugi, viceversa, l’accordo manca e sarà la sentenza dell’organo giudicante a fissarne i punti essenziali.

Il divorzio dei coniugi

Nel nostro ordinamento, il divorzio è stato introdotto con la legge n. 898/70: la stessa etimologia del termine (derivante dal latino divertere, ovvero discostarsi, portare via), indica che il divorzio è l’istituto giuridico che determina la vera e propria fine del legame coniugale.
Una volta pronunciata, infatti, la sentenza di divorzio produce la cessazione degli effetti civili del matrimonio (pur sussistendo l’eventuale vincolo religioso).

Attraverso il provvedimento di divorzio le parti perdono lo status di coniugi: vengono a mancare, di conseguenza, tutti gli effetti del precedente vincolo matrimoniale e si estinguono i doveri reciproci di coabitazione, collaborazione, fedeltà e assistenza reciproca, morale e materiale.
Inoltre, venendo meno il vincolo matrimoniale, gli ex coniugi possono considerarsi liberi di risposarsi.

Anche dopo la definitiva cessazione del matrimonio, rimane comunque immutata la potestà genitoriale e continuano a sussistere, in capo a entrambi gli ex-coniugi, gli obblighi nei confronti dei figli.

Questi ultimi, siano essi minorenni o maggiorenni, vengono sempre tutelati, anche se tra i loro genitori sia stato pronunciato il divorzio.

La procedura di divorzio

La normativa sul divorzio, così come vigente nel nostro Paese dal 1970, è stata sostanzialmente innovata dalla legge n. 55/2015 che, istituendo il cosiddetto “divorzio breve“, ha modificato radicalmente le tempistiche per arrivare, in costanza di separazione, allo scioglimento del matrimonio.

Questa importante riforma legislativa ha, infatti, ridotto notevolmente i tempi di attesa per ottenere la sentenza di scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale: da 3 anni a 6 mesi nella separazione consensuale e da 3 anni a 1 anno nel caso di separazione giudiziale.
I termini di definizione della controversia iniziano a decorrere dalla data della prima udienza di presentazione davanti al Tribunale, sede in cui viene pronunciata la ratifica della separazione.

Se i coniugi raggiungono un accordo sulle condizioni comuni di scioglimento del matrimonio (e non vi sono figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti o portatori di handicap), possono procedere personalmente a far dichiarare il “divorzio diretto” rivolgendosi all’Ufficiale di stato civile del Comune di residenza di uno di essi, oppure del Comune nel quale è stato celebrato il matrimonio, senza il sussidio di un avvocato.

La presenza di un legale per ognuno dei coniugi è invece indispensabile nel procedimento di divorzio con negoziazione assistita (introdotta dall’art. 6 del DL n. 132/2014), che riduce ulteriormente i tempi di scioglimento del vincolo matrimoniale.
Con la negoziazione assistita, infatti, si può divorziare nell’arco di poche settimane: da 1 a 3 mesi, secondo la Legge, anche se nella pratica, l’accordo viene raggiunto mediamente in 1 mese e mezzo.

La riduzione dei tempi di attesa durante la separazione consensuale, in questa modalità stragiudiziale di scioglimento del matrimonio, deriva anche dalla circostanza per la quale le parti non devono presentarsi davanti al giudice, accedendo al divorzio semplicemente sulla base di un accordo (stipulato dai rispettivi avvocati sulle risultanze espresse dai coniugi), contenuto in un documento denominato “Convenzione per la negoziazione assistita”.

La procedura di negoziazione assistita, può essere applicata anche per la separazione dei coniugi. Sul punto, può essere utile il nostro approfondimento La separazione dei coniugi con la negoziazione assistita.

Gli aspetti patrimoniali nella separazione e nel divorzio

Com’è logico, lo scioglimento di un matrimonio provoca ripercussioni anche sul patrimonio familiare.
Per gestire la crisi coniugale infatti, è indispensabile ridiscutere l’assetto economico della coppia e raggiungere un accordo su tutto ciò che concerne i conti correnti in comune, i risparmi e le proprietà immobiliari, prima fra tutte la casa destinata ad abitazione della famiglia.

Sul punto può essere interessante la lettera del nostro approfondimento Mutuo cointestato: cosa succede se i coniugi si separano?

Se le parti raggiungono un comune accordo, procedendo attraverso il percorso di separazione o divorzio consensuale, le condizioni patrimoniali dei coniugi dopo lo scioglimento del legame matrimoniale verranno stabilite in via esclusiva sulla base di tale convergenza d’intenti.

Diversamente, in mancanza di accordo, le questioni relative al patrimonio coniugale saranno definite d’ufficio dal Giudice ed espresse nella sentenza di separazione giudiziale.

A questo proposito, ricordiamo che nel momento in cui viene celebrato il matrimonio, le parti che non dichiarano di voler procedere alla separazione dei beni, rimangono automaticamente in regime di comunione legale.

In questo caso, quando viene emessa la sentenza di separazione o divorzio, se le parti non si accordano sulla divisione dei beni, sarà il Giudice a decidere le sorti del patrimonio comune, anche procedendo alla vendita forzata dei beni e alla ripartizione del ricavato tra gli ex coniugi.

L'assegno di mantenimento e l'assegno divorzile

L’obbligo che grava in capo a uno dei due coniugi, di garantire un adeguato tenore di vita ai figli minorenni (o maggiorenni non economicamente autosufficienti), si concreta nel versamento, in loro favore, di un assegno periodico che garantisca loro il diritto di essere mantenuti.

In caso di separazione, l’assegno di mantenimento può spettare anche al coniuge economicamente più debole e al quale non sia attribuibile la separazione: al riguardo, la Corte di Cassazione ha fissato il criterio per la determinazione dell’entità di tale assegno, chiarendo che deve riferirsi al livello qualitativo di vita tenuto durante il matrimonio, ma sempre con riferimento alle attuali possibilità economiche dell’obbligato e del coniuge intestatario.

La funzione dell’assegno di mantenimento, concesso in sede di separazione, viene a mancare nel caso di divorzio e il versamento dell’assegno divorzile si basa su presupposti diversi: non più l’obbligo di garantire il mantenimento di un certo tenore di vita, simile a quello precedentemente goduto nell’ambito del matrimonio, ma il dovere di solidarietà economica – sancito dall’art. 2 della Costituzione – in questo caso riferito all’altro coniuge.

Resta fermo il principio secondo il quale, in presenza di figli nati durante il matrimonio, entrambi i genitori sono tenuti al loro mantenimento e ciò anche dopo la pronuncia di divorzio e anche in caso di figli maggiorenni, almeno fino a quando non saranno economicamente autosufficienti.

Separazione e divorzio: i diritti successori

Una delle questioni più dibattute (anche perché ritenuta molto rilevante ai fini pratici) è quella relativa ai diritti ereditari e, nelle due situazioni di separazione e di divorzio, vi è una importante differenza.

In linea di principio, i diritti di successione non si perdono con la separazione, mentre vengono a mancare in caso di divorzio.

In altre parole, l’ex coniuge nei confronti del quale sia stata pronunciata la separazione senza addebito (ovvero non riferibile alla violazione di doveri coniugali), in caso di morte dell’altra parte gode degli stessi diritti di un coniuge non separato.

Viceversa, la separazione con addebito priva il coniuge superstite di qualsiasi diritto sul patrimonio ereditario dell’altro, a meno che non ricevesse da quest’ultimo, quando era ancora in vita, un assegno alimentare: in questa evenienza, il coniuge intestatario dell’assegno può ricorrere perché gli sia assegnato un vitalizio, posto in capo agli eredi.

In caso di divorzio, infine, il venir meno del vincolo matrimoniale porta con sé la perdita dei diritti successori acquisiti con il matrimonio: anche in questa ipotesi, comunque, qualora l’ex coniuge superstite sia titolare di un assegno divorzile e dimostri di versare in stato di bisogno, può chiedere che gli venga versato un assegno periodico a carico dell’eredità.

Conclusioni

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