15 Maggio 2024

La donazione indiretta

Anche presentando caratteristiche tecnico giuridiche diverse da quelle tipiche dalla donazione diretta, la donazione indiretta produce, di fatto e legalmente, lo stesso effetto economico: il trasferimento di un bene o di un diritto per spirito di liberalità, ovvero con lo scopo di arricchire un soggetto senza pretendere alcun corrispondente.

Donazione diretta e indiretta

La donazione indiretta è un negozio giuridico che presenta gli stessi elementi di quella “diretta”, ma differisce da quest’ultima da un punto di vista puramente formale.

Viene chiamata anche “liberalità non donativa” proprio perché genera lo stesso risultato della donazione diretta senza richiedere la conclusione di un atto ufficiale e senza, quindi, sottostare alle norme che regolano l’istituto della donazione, fissate dall’art. 782 del nostro Codice civile (stipula per atto pubblico – a pena di nullità – e presenza dei testimoni).

Come nella fattispecie normativa diretta, lo scopo della donazione indiretta consiste nell’intenzione di arricchire la controparte negoziale senza pretendere un corrispettivo; i presupposti di entrambe le figure legali sono, quindi, identici e si riscontrano in due elementi:

  • l’animus donandi (elemento soggettivo), ovvero lo spirito di liberalità che spinge il donante ad agire
  • l’arricchimento del donatario (elemento oggettivo), conseguente all’azione del donante.

Un esempio frequente di donazione indiretta è rappresentato dall’acquisto di un bene immobile, da parte dei genitori, a favore del figlio: secondo la giurisprudenza, questa fattispecie si configura non solo nel caso in cui il contratto di compravendita sia stato stipulato dai genitori in nome del figlio, ma anche nell’ipotesi in cui il denaro per l’acquisto dell’immobile venga fornito dai genitori.

Altri esempi di liberalità indiretta sono rappresentati dalla vendita di un bene a prezzo irrisorio, oppure dall’accollo e pagamento di un debito altrui (adempimento del terzo per spirito di liberalità, ex art. 1180 c.c.).

Anche l’istituto della remissione del debito, compiuta per spirito di liberalità, configura un caso di donazione indiretta: secondo l’art 1236 c.c., infatti, il creditore ha facoltà di rimettere il debito a vantaggio del suo debitore e, qualora la remissione venga attuata unilateralmente, manifesta la volontà del creditore di arricchire la controparte attraverso un atto che, anche se in modo indiretto, esprime un’intenzione giustificata dall’animus donandi.

La donazione indiretta nel Codice civile

Nel nostro ordinamento non esiste una definizione di donazione indiretta né, tantomeno, una disciplina di tale istituto, se non con riferimento ad altre fattispecie legali che, specialmente, hanno attinenza al diritto successorio (come la collazione e il calcolo della quota di legittima), nelle quali si accenna alla possibilità di effettuare le liberalità anche attraverso la stipula di atti diversi dalla donazione diretta ex art 769 c.c.

Pertanto, per rintracciare l’essenza degli effetti propri della donazione indiretta si deve fare riferimento alla giurisprudenza.
Una delle pronunce più significative in tal senso è l’ordinanza n. 9379/2020 della Corte di Cassazione, che elenca gli elementi “costitutivi” della donazione indiretta, identificandoli nel fine di liberalità del donante e nel conseguente arricchimento del donatario, specificando che entrambe queste caratteristiche debbano, comunque, essere “ritualmente dedotte e provate in giudizio”.

Forma della donazione indiretta

Sia la dottrina sia la giurisprudenza ritengono ormai pacifico che la principale differenza tra donazione diretta e indiretta si riscontri nella forma in cui l’atto viene stipulato.
La donazione indiretta viene infatti stipulata senza che sia necessario un atto pubblico alla presenza di due testimoni, come invece è stabilito dalla Legge (a pena di nullità), per la validità della donazione diretta.

Per questo motivo, è possibile configurare una donazione indiretta anche attraverso un atto o una successione di atti, anche espressi in forma atipica, che di fatto realizzino un arricchimento del donatario conseguente a un’azione basata sullo spirito di liberalità del donante.

Un esempio che spiega con chiarezza quale possa essere la forma di una di donazione indiretta è quello del contratto di compravendita immobiliare a favore del terzo (art. 1141 c.c.).
In questo caso, infatti, il soggetto che stipula l’atto di acquisto desidera che la proprietà del bene immobile si trasferisca in capo a un altro soggetto, anche assente al momento della conclusione del contratto, realizzando in questo modo un arricchimento del terzo che, in un secondo momento, potrà accettare la stipula a suo vantaggio o rifiutarne gli effetti.

La prova dell’animus donandi

Il fatto che la donazione indiretta non richieda la forma pubblica, conduce a una prima importante conseguenza: l’individuazione di un simile negozio, rispetto alla donazione diretta, risulta difficile sul piano probatorio.
Dimostrare l’esistenza dell’animus donandi sarà, infatti, più complicato, proprio perché questo elemento non viene espresso dal disponente in forma solenne.

La prova dello spirito di liberalità rileva anche in relazione alla disciplina applicabile al negozio giuridico che viene qualificato come donazione indiretta.
A questo proposito si fa riferimento alla consapevolezza del donante che consta di due elementi:

  • la volontà di stipulare l’atto al solo scopo di arricchire il donatario
  • la certezza di agire senza una causa derivante da un vincolo giuridico o extragiuridico.

In sede di contenzioso, quindi, per provare l’esistenza dell’animus donandi si dovrà accertare la sussistenza di entrambi questi due elementi: solo se la verifica condurrà alla conclusione che il donante era mosso da tali intenzioni, si potrà qualificare l’atto in esame come donazione indiretta.

Come provare la donazione indiretta: la prova testimoniale, l’onere della prova

In via del tutto intuitiva, la dimostrazione dell’esistenza di una donazione indiretta non è semplice, proprio perché non può basarsi su un’evidenza derivante da un atto certificato.
Tale prova sarà, quindi, condotta in via istruttoria nel processo civile, allo stesso modo in cui, in questa fase, si giunge ad accertare l’esistenza di ogni altro fatto inerente alla fattispecie in esame.

Il combinato disposto delle relative norme del Codice civile e del Codice di procedura civile, porta a distinguere la varie fonti probatorie sulla base della loro costituzione e della loro efficacia.
In fase istruttoria verranno, quindi, analizzate le prove documentali precostituite (scritture private, atti notarili), così come verrà svolta l’analisi delle altre prove che si costituiscono durante il giudizio (testimonianza e giuramento).

In particolare, a proposito della prova testimoniale, la Suprema Corte ha ribadito che, data la difficoltà di individuazione degli elementi costitutivi della donazione indiretta, nel caso in cui si indaghi per configurare un atto all’interno di questa fattispecie gratuita, alle testimonianze non vengono applicati i limiti di acquisizione in giudizio stabiliti dalla Legge per le cause inerenti a negozi a titolo oneroso (sent. n. 19400/2019).

La giurisprudenza ritiene inoltre, in maniera pressoché concorde, che siano estremamente rilevanti, ai fini probatori, anche la cosiddette presunzioni (semplici o legali), ovvero le conseguenze che l’organo giudicante trae “da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato” (art. 2727 c.c.).

Quanto all’onere della prova, non si può che fare riferimento al principio generale sancito dall’art.2697, primo comma, del Codice civile: anche nel caso della donazione indiretta, quindi, spetta al soggetto che agisce in giudizio dimostrare l’esistenza di tutti gli elementi necessari che permettano al Giudice di applicare le norme relative a questo istituto.

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